“Morire di lockdown”. Inchiesta di Panorama partendo dai dati e dagli studi della Fondazione BRF. Il prof. Piccinni: “Serve un centro studi”

Panorama

Articolo tratto da Panorama del 26 agosto 2020 – di Stefano Iannaccone

Prima la salute, certo. Con le decisioni assunte «in scienza e coscienza» come ha ripetuto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il lockdown, senza pari in Europa per durezza, è stato infatti imposto per limitare i contagi, arginando la diffusione dell’epidemia. Sulla stessa lunghezza d’onda, si è sintonizzato il ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha rivendicato la necessità della chiusura totale. E ha predicato prudenza, paventando un possibile lockdown bis. «Il nostro auspicio è che non si arrivi più a una chiusura totale, però questo non sta scritto nel cielo, dipende da noi, dipende prima di tutto dai comportamenti di ciascuno di noi», ha ribadito di recente. Un avviso che tuttavia non può ignorare gli effetti collaterali del confinamento. Personali, con un pesante prezzo psicologico, e collettivi, con la crisi economica che comunque ha impattato sulla salute mentale degli italiani. Le conseguenze psicofisiche sono sfociate in lutti. A parlare sono i numeri: secondo quanto raccolto dalla fondazione Brf – Istituto per la Ricerca Scientifica in Psichiatria e Neuroscienze – in due mesi e mezzo ci sono stati 62 suicidi, correlati al Covid-19. Ma sono cifre parziali. Gli esperti della fondazione hanno infatti potuto ricavare le statistiche attraverso le notizie riportate dalla stampa, senza poter avere un quadro scientifico. La ragione? In Italia manca un osservatorio predisposto al monitoraggio dei suicidi. «I numeri e i casi che abbiamo raccolto pur non essendo propriamente scientifici sono indicativi di un fenomeno che andrebbe maggiormente monitorato», spiega a Panorama Armando Piccinni, psichiatra, presidente della Fondazione Brf e professore straordinario all’Unicamillus di Roma, che ribadisce: «Con i membri del comitato scientifico della fondazione abbiamo comunque deciso di raccogliere tutte le notizie di cronaca, locale e nazionale, contando i suicidi e i tentativi di suicidio, monitorando in particolare quelli legati, o per ragioni economiche o per paura del contagio, al Covid-19». Se da un lato manca una catalogazione dei casi completa, dall’altra resta la piaga dei suicidi. E i motivi di questi gesti estremi sono vari: dalla preoccupazione per la crisi economica in arrivo, alla difficoltà di sopportare il peso dell’incertezza sanitaria. Dietro le fredde statistiche, ci sono tragedie umane.

C’è il caso dell’infermiera di Monza di 34 anni, che quando ha scoperto di essere infettata dal Covid si è tolta la vita: in piena emergenza, e sotto pressione, non ha retto al pensiero di aver contagiato altre persone in ospedale, secondo quanto hanno riferito le cronache. Un caso uguale è avvenuto a Jesolo (Venezia): un’infermiera di 49 anni è morta suicida, dopo essere entrata nel reparto malattie infettive. Ma non ci sono solo operatori sanitari. Un allarme è arrivato da Acerra, nel napoletano, dove ci sono stati tre suicidi in poche settimane. Il vescovo Antonio Di Donna ha scandito durante l’omelia di Ferragosto ha affermato che «dietro questi gesti disperati ci sono i motivi di povertà, di disoccupazione». Un problema, secondo il vescovo, acuito «in questo tempo di pandemia che sta procurando nuove povertà e la gente non ce la fa ad andare avanti». Le tragedie hanno poi varie sfaccettature. A Portici, sempre nella Provincia di Napoli, a fine luglio c’è stato un caso di omicidio-suicidio. Un uomo di 65 anni, ossessionato dal virus come riferito da alcuni amici, ha ucciso a la moglie, dopo averla accusa di sottovalutare il pericolo del contagio. Dopo si è lanciato nel vuoto dal quarto piano. Talvolta, per fortuna, c’è anche un parziale lieto fine, come è accaduto a Catanzaro, ad aprile in pieno lockdown, quando un uomo di 40 anni ha minacciato il suicidio per le difficoltà economiche aggravate dall’epidemia. A salvarlo è stato l’intervento della Polizia. Insomma, uno spettro ampio di storie. «Il rischio potenziale», osserva ancora Piccinni, «è che ci possa essere un incremento dei suicidi direttamente o indirettamente legati all’emergenza Covid-19 e che parallelamente ci sia un incremento dei disturbi psichici. Questo ci deve far pensare che conoscere la condizione della salute mentale in Italia». Come affrontare questo problema? «Con l’istituzione di un organismo che si muova sotto l’egida del ministero della Salute – che a riguardo ha già dimostrato ampia sensibilità al tema – e che monitori con precisione ed in tempi pressoché reali il fenomeno dei suicidi. A maggior ragione in un periodo di profonda emergenza».

Di fatti sul tema nulla si ritrova nei database dell’Istituto superiore di Sanità, guidato da Silvio Brusaferro. Mentre gli ultimi dati Istat a disposizione risalgono al 2017: in Italia, ben prima che arrivasse il Coronavirus, ci sono stati oltre 3.800 suicidi. «Purtroppo sul tema l’Istat non ha diffuso dati più aggiornati di quelli», hanno riferito a Panorama dall’istituto. Ma non è tutto. «Il dato, già nell’ordinario e quindi al di là dell’epidemia, è molto sottostimato. C’è un sommerso molto rilevante. Secondo alcune stime, i suicidi sono il doppio rispetto al dato ufficiale», spiega il deputato del Movimento 5 Stelle, Cristian Romaniello, che per fronteggiare il problema ha presentato una proposta di legge. Con il Covid-19 la situazione è destinata a peggiorare. Proprio l’esponente dei 5s sottolinea un indicatore preoccupante: «Durante i mesi di emergenza più grave, una delle ricerche in trending topic su Google era ‘suicidio senza dolore’. Le persone cercavano modi di togliersi la vita senza soffrire». Un boom di cento ricerche al giorno.

Un fenomeno che non sorprende. Un dossier della fondazione Brf ha raccolto vari studi e ha individuato le correlazioni tra il disturbo da stress post traumatico (Ptsd), una forma di disturbo psichico, la diffusione di epidemie e le crisi economiche. Uno studio, condotto a Toronto durante l’epidemia della Sars del 2002 (il virus progenitore dell’attuale Coronavirus), è stato basato su 15mila persone che erano state esposte al virus della Sars, finendo in quarantena. «I risultati hanno evidenziato che una parte sostanziale delle persone in quarantena ha mostrato sintomi di Ptsd e depressione. In particolare i sintomi di Ptsd e depressione sono stati osservati rispettivamente nel 28,9% e nel 31,2% degli intervistati». Non è diverso l’esito della ricerca svolta sulla Mers, altro virus respiratorio, che ha colpito l’Arabia Saudita nel 2012. «Il 77% del campione ha riportato sintomi di ansia minima, il 18,4% un’ansia lieve ed il 4,6% ha riportato sintomi di ansia moderata», riferisce la ricerca.

Ci sono poi i risvolti legati a un’epidemia: le difficoltà finanziarie. Una stima, anche in questo caso fatta in maniera «artigianale», evidenzia che solo in Italia la crisi economica abbia provocato qualcosa come 4mila suicidi. Ma, anche in questo caso, si torna al punto di partenza: è un calcolo privo di una raccolta dati specifica. Una considerazione, però, resiste anche all’incertezza dei numeri: in un contesto del genere, un altro lockdown farebbe deflagrare le falle del sistema. «Un secondo periodo di chiusura in quarantena, simile a quello precedente non ha le caratteristiche dell’evento improvviso. Ma per alcuni, ed in maniera forse peggiore, ha la configurazione dell’evento negativo atteso, della minaccia incombente, della spada di Damocle, che può o non può verificarsi. Con tutti i mezzi bisogna evitare, per quanto nelle nostre possibilità, una seconda clausura. Ci eviteremo in questo modo sofferenze e problemi economico maggiori di quelli che già abbiamo», conclude Piccinni.

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