Emergenza coronavirus, l’allarme della Fondazione BRF: dopo l’epidemia rischiamo boom di casi di disturbi post-traumatici. Ecco perché serve una Task Force di esperti

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L’epidemia da coronavirus ha creato un diffuso sentimento di panico, ansia, angoscia, rabbia e frustrazione a causa della paura di essere contagiati e del conseguente isolamento forzato a cui tutti noi siamo tuttora sottoposti.

La condizione di stress attuale ci pone in uno stato mentale di precarietà e di paura. Facciamo quotidianamente uno sforzo di tenacia per adattarci ad una condizione di vita diversa da quella che abbiamo finora condotto. Lottiamo per accettare e sottoporci ai profondi mutamenti nelle nostre abitudini quotidiane. Già questo è un primo esame che mette alla prova la nostra resilienza: la nostra capacità di resistere allo stress di vivere in una condizione che non abbiamo scelto ed a cui ci dobbiamo adeguare.

Quando la fase acuta dell’epidemia da coronavirus sarà terminata ed il nemico avrà abbandonato il campo di battaglia avremo davanti a noi tutte le conseguenze e le distruzioni che avrà lasciato alle sue spalle con gli strascichi legati:

al pensiero del pericolo corso e superato;

alla elaborazione dei lutti dei parenti, degli amici, dei conoscenti;

alle conseguenze economiche, finanziare, lavorative e sociali da affrontare.

Per ognuna di queste, e di tante altre conseguenze, gli uomini assumeranno, a secondo della loro età, della loro storia, del loro temperamento, della loro condizione del momento un comportamento che sarà commisurato alla loro capacità di affrontare, di combattere e resistere ulteriormente. Ognuno a secondo della propria resilienza sarà in grado di resistere a questo nuovo ed ulteriore stress o di cedere sulla strada per fermarsi e chiedere aiuto.

Proprio per questa ragione la Fondazione BRF ha realizzato uno studio e proposto un progetto post-emergenza coronavirus destinato a quelle persone che avranno questo bisogno per far si che esista una organizzazione già prevista e da mettere subito in moto nel momento in cui la nuova emergenza sarà quella psichiatrica.

Come si legge in un significativo lavoro realizzato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e relativo alle conseguenze psicosociali delle pandemie, «l’alto numero di persone che si ammalano e muoiono e le enormi perdite economiche associate a un’epidemia o una pandemia portano ad un alto rischio psicosociale».

Notoriamente, infatti, la fase di “scampato pericolo” è quella in cui la maggior parte dei disturbi si manifesta. È possibile che, data la massiva esposizione all’evento stressante, il Servizio sanitario nazionale nella sua componente psichiatrica-psicologica si potrebbe trovare impreparata ad un’ondata molto consistente di richieste.

Non sono pochi gli studi scientifici, i dati e le ricerche che attestano e testimoniano come dopo un periodo di forte emergenza, specie in casi di isolamento obbligatorio, i casi di Disturbi da Stress Post-Traumatico (PTSD) o casi di ansia, depressione, attacchi di panico aumentino sensibilmente. Senza dimenticare che in questi giorni dentro le mura delle case sono bloccate milioni di persone già fragili, che rischiano danni irreparabili alla propria salute mentale, se non letteralmente la vita. Persone soggette a malattie psichiatriche come depressione (secondo l’Istat, nel 2015 circa 2,8 milioni di italiani), ma anche schizofrenia (245.000 italiani circa), disturbi bipolari (circa 1 milione di persone), dipendenza da sostanze, demenze.

Le cronache stanno già riportando casi di suicidio legati allo stress derivante dal rischio di contagio o dalle conseguenze economico-finanziarie: il ministro delle finanze dell’Assia si è tolto la vita, suicidi sono stati commessi in questi ultimi giorni a Torino, Milano, Salerno, Imola, Monza, Cremona. E ancora: a Torino, da una media di un TSO ogni due giorni, con il lockdown si è passati a picchi di nove TSO al giorno.

Tutti i dati, d’altronde, confermano come il rischio possa diventare di natura psicologico-psichiatrica. Uno studio realizzato sull’epidemia SARS in Canada su un campione di popolazione finito in quarantena (e dunque assimilabile alla situazione odierna per il coronavirus) ha mostrato come i sintomi di PTSD (disturbo da stress-post traumatico) e depressione abbiano avuto un’incidenza del 28,9% e del 31,2% sul campione. Stesso discorso anche considerando l’onda lunga: un altro studio realizzato nel 2015 (quindi indicativamente 12 anni dopo lo scoppio dell’epidemia) ha mostrato che sul campione reclutato, l’incidenza cumulativa dei disturbi psichiatrici post-SARS è stata del 58,9%. Di questi il 25% presentava PTSD e il 15,6% presentava disturbi depressivi.

E ancora la crisi economica: in Grecia ad esempio, dov’è iniziata la crisi economica nell’Europa occidentale, è stato realizzato uno studio dal quale è emerso un aumento del 40% dei suicidi nella prima metà del 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010. Le ragioni principali dei pensieri suicidari sono state le difficoltà finanziarie nel 2010 e l’incapacità di ripagare alti livelli di debito personale. Per quanto riguarda l’Italia, uno studio basato su dati relativi al periodo 2000-2010, ha stimato per il nostro Paese 290 suicidi e tentativi di suicidio per motivazioni economiche dovuti alla recessione. Non solo: tra il 2007 e il 2010, il numero di suicidi è cresciuto del 34% tra i disoccupati, del 19% tra gli occupati e del 13% tra le persone ritirate dal lavoro. Stesse proporzioni si riscontrano ovviamente anche in relazione ai disturbi mentali. In uno studio scientifico condotto in Spagna è emerso che rispetto al periodo pre-crisi del 2006, l’indagine effettuata nel 2010 ha rivelato aumenti sostanziali e significativi della percentuale di pazienti con disturbi d’umore: 19,4% per quanto riguarda la depressione maggiore, l’8,4% per quanto riguarda il disturbo d’ansia generalizzato, il 7,3% per quanto riguarda i disturbi somatoformi (disturbi psichici caratterizzati dalla presenza di sintomi fisici che inducono a pensare a malattie di natura somatica). Questi sono solo una parte degli studi osservati dalla Fondazione che ha analizzato anche gli effetti psicologici dopo le stragi di Fukushima, l’epidemia MERS, e l’attacco alle Torri Gemelli dell’11 settembre.

Ebbene, sulla base di questi dati la Fondazione ha lanciato da diversi giorni, sia a livello nazionale che regionale, l’allarme post-emergenza coronavirus a cui bisogna essere pronti. Appare improcrastinabile l’adozione di interventi di supporto diretti a sostenere la resilienza, migliorare l’adattamento, incrementare la percezione soggettiva di ansia sia delle persone ammalate e/o ricoverate per coronavirus (vittime primarie), sia dei loro familiari e amici (vittime secondarie), sia dei soccorritori (vittime terziarie) e della comunità cui appartengono.

Proprio per tale ragione e per offrire assistenza ai cittadini italiani che si troveranno a fare i conti con gli strascichi di questa terribile emergenza, la Fondazione BRF, in collaborazione con diversi enti tra cui la Scuola IMT Alti Studi Lucca, il dipartimento di Psicologia dell’Università di Firenze, il dipartimento di Psichiatria dell’Università di Siena, l’ENPAP (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza a Favore degli Psicologi) e l’ENPAB (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza a Favore dei Biologi) ha messo a punto un progetto che miri alla creazione di una Task Force che sia a disposizione di tutti coloro che dovessero sentire la necessità di confrontarsi con personale professionalmente esperto per ricevere aiuto nel gestire l’ansia, le preoccupazioni, la tristezza e la solitudine, il senso di impotenza e di frustrazione, la disperazione al termine dell’emergenza sanitaria in corso.

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