Telepsichiatria: che futuro per la e-mental health? Ecco i (tanti) vantaggi e i (pochi) svantaggi ancora da risolvere

telepsichiatria

Può esistere la tele-psichiatria o, se si vuole, la psichiatria digitale? È possibile l’utilizzo di strumenti 2.0 anche per rendere più efficace la visita psichiatrica? La domanda è, in realtà, mal posta.

La telepsichiatria, infatti, non nasce oggi ma, anzi, è una delle più antiche applicazioni della telemedicina. La prima documentazione di telemedicina in psichiatria proveniva dall’Università del Nebraska, dove nel 1956 fu utilizzato un sistema televisivo a doppio circuito chiuso a scopi educativi e medici. Nel 1961, la videoconferenza venne utilizzata per condurre psicoterapia di gruppo per adulti. Nel 1973, il termine telepsichiatria fu usato per la prima volta da Dwyer T.F. per descrivere i servizi di consulenza forniti dal Massachusetts General Hospital in un sito medico a Boston. Poco dopo, la telepsichiatria fu usata per i bambini e gli adolescenti da una clinica di assistenza all’infanzia a New York City. In questa storia, ovviamente, c’è un ma. Nonostante questo successo iniziale e le successive notizie sulla sua utilità e accettazione, la telepsichiatria fu usata solo sporadicamente negli anni ’60 e ’70. I progressi tecnologici alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, che hanno ridotto i costi delle attrezzature, insieme all’aumento dei finanziamenti da parte delle agenzie governative, hanno portato a un aumento dei programmi di telepsichiatria in Nord America, Europa e Australia, che tuttavia ancora non hanno trovato il loro effettivo decollo.

Ad “aiutare” in questo potrebbe essere stata proprio la pandemia da Covid-19. “Sulla base dei recenti finanziamenti e delle tendenze della letteratura, sembra che la psichiatria stia scommettendo sulla psichiatria digitale per fornire una migliore salute mentale su larga scala. E perché no? Le fonti digitali di dati sulla salute mentale sono disponibili e in crescita esponenziale e le modalità di analisi sono in costante miglioramento”, scrivono gli autori di un editoriale pubblicato ad aprile su The Lancet Psychiatry

 

VUOI CONTINUARE A LEGGERE? CLICCA QUI E SCARICA GRATUITAMENTE LA RIVISTA DI OTTOBRE DI BRAIN