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Evil, Terrorism and Psychiatry

Donatella Marazziti e Stephen M. Stahl fanno luce sui rapporti fra male, attacchi terroristici e psichiatria

Negli ultimi anni, l’Europa è stata sottoposta a diversi attacchi terroristici che, inevitabilmente, non possono che farci riflettere e spingerci a interrogarci: Perché questi attacchi? Che cosa porta i terroristi a commettere degli atti così atroci che non hanno niente di umano? Esiste il “male”?
Gli studi di questi fenomeni non hanno ancora dato risposta. Inoltre, gli specialisti sono spesso restii a studiare il concetto di “male” e sovente sono influenzati da pregiudizi. 
Evil, Terrorism and Psychiatry di Donatella Marazziti e Stephen M. Stahl cerca di colmare questo vuoto nel campo della psicologia e della psichiatria per capire i processi psicologici che possono trasformare un individuo evidentemente normale in un attentatore suicida. "Non dobbiamo rimanere indifferenti - sottolineano i due psichiatri - al terrorismo e accettarlo come un fenomeno della nostra società, ma studiarlo cominciando dalle sue radici".  
Nell’articolo si evidenzia come sia inutile interrogarsi sull'esistenza o meno del male, e sia del tutto dannoso chiudere gli occhi di fronte alla brutalità, facendo finta che questi atti di violenza non ci riguardino. 
Non possiamo trascurare che la cattiveria sia intrinseca nell’essere umano, come del resto lo sia la bontà; sono entrambe radicate nella nostra natura e derivano dalle interazioni tra i meccanismi del cervello e la genetica, l'epigenetica, fattori famigliari, sociali e contestuali.
Per capire cosa spinga un soggetto a commettere atti di terrorismo, bisogna comprendere i meccanismi principali che portano all’aggressione e alla violenza. 
La filosofa Hannah Arendt aveva illustrato nel suo saggio più famoso, La banalità del male, come il male si mostri conseguenza della nostra aggressione innata, che non è limitata dal cervello morale e che porta l’essere umano a diventare un essere superfluo. In determinati casi le emozioni socio-morali che inducono il soggetto a provare empatia, senso di pietà, colpevolezza e indignazione per i comportamenti sbagliati vengono meno. In ogni caso, non possiamo considerare come “normali” questi soggetti.
Secondo i due psichiatri, gli atti di violenza e di terrorismo dovrebbero essere studiati concentrandosi sui meccanismi neurobiologici che sono alla base dell’aggressione umana e del senso morale considerando i fattori contestuali che possono alterare l’equilibrio del soggetto
I primi studi realizzati in questo campo, ancora oggi poco esplorato, indicano che lo stress ambientale possa modificare e danneggiare i circuiti del cervello, determinando una sorta di vulnerabilità, e possa portare a patologie psicologiche e allo sviluppo di comportamenti devianti. Recenti ricerche suggeriscono come la prevenzione del terrorismo richieda un’interazione forte tra i diversi ambiti di studio, e un monitoraggio accurato dei fattori di rischio durante l’infanzia e l’adolescenza. 


Redazione



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