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Da Drogati di cibo a Drogati di overeating.

Un’anticipazione dal libro di Armando Piccinni

Esce per Giunti l’edizione aggiornata di “Drogati di Cibo” del Presidente della Fondazione BRF Onlus - Istituto per la Ricerca Scientifica in Psichiatria e Neuroscienze Armando Piccinni. Vi proponiamo parte del capitolo introduttivo, incentrato sugli sviluppi della ricerca e della psichiatria in tema di alimentazione e sovralimentazione. Buona lettura! 
Sono passati circa quattro anni dalla pubblicazione di Drogati di Cibo. Un tempo relativamente breve, in cui però il rapporto che lega l’uomo all’alimentazione, alla dipendenza da cibo e alla sovralimentazione, definita generalmente come overeating, ha avuto a livello mondiale un crescente interesse che si è declinato attraverso centinaia lavori scientifici, messi a esplorarne la natura e l’entità. 
La conoscenza dei meccanismi fisiopatologici e dei dati proposti dalla più recente letteratura scientifica si sono rivelati sempre a maggiore sostegno dell’ipotesi secondo cui il cibo può determinare dipendenza. Anche i modelli animali hanno portato ulteriore fondamento a questa tesi, con comportamenti che assimilano l’overeating ad altri atteggiamenti caratteristici della dipendenza farmacologica. 
Non bisogna dimenticare che i bisogni primari - il mangiare, il bere, l’istinto alla riproduzione e l’accudimento della prole - abbiano infatti una quota di bisogno e una quota di piacere. Esattamente come il sesso non è relegato all’esclusiva finalità della procreazione, anche il cibo non può essere definito solamente come un mezzo per nutrirsi, perché sottende un’inesauribile fonte di piacere. Una fonte di piacere che ci spinge a mangiare quando non abbiamo fame, e che sovente ci condiziona nella scelta di alimenti caratterizzati da una maggiore presenza di carboidrati, zuccheri e grassi, portandoci a considerare i cibi come un modo per auto-medicarci, coccolarci, consolarci, ricevere conforto. Nonostante questo, il concetto di dipendenza da cibo ha riscontrato notevoli resistenze, poiché – come spiegherò nelle future pagine - siamo tutti necessariamente subordinati agli alimenti per la sopravvivenza. La differenza sta nelle motivazioni che ci spingono a consumare cibo: mangiamo per nutrirci o per sostenere il nostro equilibrio emotivo? E, ammesso che le due spinte possano essere entrambe considerate come naturali, qual è il giusto equilibrio fra di loro? Quanto siamo spinti verso il cibo dalla necessità di sfamarci e quanto dal desiderio di riceverne piacere?
Nello studio Food addiction spectrum: a theoretical model from normality to eating and overeating disorders ho recentemente teorizzato la possibilità che esista uno spettro del comportamento alimentare che partendo dalle più innocenti dipendenze alimentari - come nel rito di passaggio serale che spinge ad assumere un frollino o un quadretto di cioccolata prima di andare a dormire -, arrivi fino alle più gravi dipendenze, come accade per i grandi obesi. 
In questo continuum, di cui ho accennato poco fa, verosimilmente la predisposizione genetica, le condizioni ambientali, la coesistenza di disturbi d’ansia, la presenza di disturbi dell’umore, la tendenza al comportamento impulsivo ed altri fattori giocano un ruolo importante. Nell’ambito di questa ipotesi esistono quindi due tipi di comportamenti: i soggetti che ingrassano e quelli che restano nei limiti di un peso definito normale.
I secondi si limitano ad assumere in maniera ripetitiva prevalentemente determinati alimenti in quantità controllata; la loro caratteristica è che  sono “legatissimi” a certi cibi, sempre gli stessi, da cui sono verosimilmente dipendenti e a cui non rinuncerebbero per nulla al mondo. Per evitare il sovrappeso decidono dunque di ridefinire in base alle loro dipendenze l’intera alimentazione, rinunciando così ad altri alimenti di valore nutritivo nettamente superiore. Questi soggetti hanno come rischio una dieta squilibrata dal punto di vista nutritivo con conseguenze variabili (ipovitaminosi, anemie, dislipidemie, ecc.).
La predisposizione all’obesità spesso nasconde una dipendenza specifica da un particolare alimento. Andando avanti con il tempo quella che sembrava un’innocente passione (“a colazione mangio dei frollini con il latte”) si trasforma in un’ossessione, che vede il soggetto dipendente dalla quantità di cibo ingerita. A questo livello ci renderemo conto che lui non si fermerà davanti a niente. O, meglio, non si fermerà fino a quando la distensione gastrica non avrà raggiunto un determinato livello. 
In realtà, quello che interessa tanto i medici, quanto i soggetti affetti da questa patologia, è proprio il suddetto elemento perché pare essere direttamente connesso all’obesità. Essere dipendenti dal latte e biscotti, ma riuscire a rinunciare ad altri alimenti o comunque riuscire a bilanciare l’introito calorico entro i limiti del fabbisogno calorico giornaliero crea problemi di squilibrio nutrizionale, ma non di sovrappeso o obesità. In altri casi, oserei dire la maggior parte, essere dipendenti da alcuni alimenti renderà il soggetto poco capace di resistere alla tentazione e, entro certi limiti, facilmente candidato alla sovralimentazione. Il focus sarà spostato dall’alimento, alla quantità di assunzione dello stesso. A questo punto, tutti gli elementi di pertinenza dell’appetito edonico saranno spostati sulla super alimentazione (overeating), che continuerà ad apparire per tutta una serie di fattori che sono stati descritti nel libro come una via di non ritorno. 
I soggetti che invece dopo lo sviluppo di una dipendenza specifica per alcuni alimenti aumentano progressivamente il loro peso incrementando il loro BMI e attraversando le fasi del sovrappeso e dell’obesità, rendono il loro rapporto con il cibo sempre più problematico fino ad assumere dimensioni patologiche. Questi soggetti - come già detto - con il tempo perdono la specificità della dipendenza per determinati cibi, e divengono dipendenti non più dalla qualità, ma dalla quantità degli alimenti ingeriti; l’unica cosa che avrà importanza sarà il senso di ripienezza e di distensione gastrica che segnala il raggiungimento della condizione che ferma l’assunzione di cibo. 
Questa teoria si inserisce in un’affascinante ipotesi che riguarda il ruolo del microbiota (flora batterica intestinale), secondo cui i microbi del tratto gastrointestinale avrebbero la capacità di modificare il comportamento alimentare dell’ospite incrementando o modificando la propria attività. 
I microbi avrebbero dunque due potenziali strategie a disposizione. La prima è quella di generare smania per alcuni cibi particolari, la seconda di indurre malumore fino a quando l’ospite non si decida ad assume il cibo richiesto. 
Esiste verosimilmente un meccanismo potenziale per il controllo dei microbi oltre il comportamento alimentare, che include l’influenza dei microbi sul piacere e sulla percezione della sazietà, la produzione di tossine che alterano l’umore e le variazioni dei recettori che comprendono i recettori del gusto. 
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Redazione



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