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Cosa succede al nostro cervello quando ci innamoriamo?

Leggi l'intervista di Focus Extra a Donatella Marazziti, responsabile ricerche BRF 

Donatella Marazziti, professore associato di Psichiatria, Responsabile del laboratorio di Psicofarmacologia presso Dipartimento di Psichiatria, Farmacologia e Biotecnologie dell’Università di Pisa. Ha firmato oltre 350 pubblicazioni, perlopiù in riviste internazionali, e 7 monografie su temi psichiatrici, in particolare sugli aspetti biologici dei disturbi dell’umore, d’ansia e dell’innamoramento. Ecco qualche titolo: Obsessive-compulsive disorder: a practical guide, La natura dell’amore, Gelosi e contenti e Con te perdo sempre. 

È famosa nel mondo della ricerca perché per prima, con la sua squadra dell’Università di Pisa, ha pensato di indagare i meccanismi dell’amore romantico con i metodi della biochimica. E così, nel 2000, ha pubblicato uno studio che provava che l’amore, dal punto di vista neuroscientifico, ha molto in comune con il disturbo che in psichiatria viene chiamato “osessivo-compulsivo”. Risultato? Un Ig Nobel per la Chimica (il premio dato alle ricerche che “prima fanno ridere ma poi fanno pensare”). Da allora, Donatella Marazziti ha continuato a svolgere ricerche sul ruolo del sistema serotoninergico nei disturbi psichiatrici, ma non solo. Continua, come dice lei, a divertirsi a misurare dopamina, ossitocina e i correlati biologi della passione amorosa, della gelosia, dell’ansia di separazione e dell’attaccamento e perfino dello stalking. 
Secondo lei si può parlare di “fisica dell’amore”?
La fisica rimanda all’elettromagnetica, all’elettricità. La fisica dell’amore da un lato indica i cambiamenti fisici, dall’altro indica che si parla della sessualità. Mi sembra un buon titolo perché qualunque comportamento umano, emozione o sentimento, anche quelli che crediamo di tipo psicologico se non addirittura spirituale, sono dovuti a modificazioni biologiche del nostro organismo. E ogni volta che le studiamo è come se guardassimo una galassia da un punto di vista diverso a seconda dello strumento.
Com’è allora l’amore visto dal “telescopio” degli scienziati? 
Diciamo la verità. Noi neuroscienziati, da una ventina d’anni, non ci vergognamo più di poter utilizzare gli stessi strumenti e metodi che usiamo per esplorare i misteri del cervello anche per esplorare i cosiddetti “correlati biologici” delle emozioni e dei sentimenti umani (vale a dire le molecole che le provocano). Le neuroscienze ci hanno fornito metodi affidabili che permettono di esplorare territori prima ritenuti inesplorabili dalla scienza.
Ogni scienziato usa gli strumenti che conosce meglio. I suoi?
Io sono un medico psichiatra, ma anche una biochimica. Mi occupo dei dosaggi dei neurotrasmettitori, degli ormoni e dei neuropeptidi, cioè dei messaggeri chimici del cervello. Eseguo le misurazioni di queste sostanze nei pazienti psichiatrici, ma anche in soggetti normali che amano o sono separati. Altri colleghi usano tecniche di visualizzazione cerebrale come  la pet (Positron emission tomography) o la risonanza magnetica funzionale e sondano i cervelli di soggetti innamorati che guardano la foto dell’amato.
Si riferisce agli studi dei ricercatori olandesi che hanno sondato il cervello innamorato con la risonanza magnetica?
Bellissimi. E talmente esplicativi. Con la risonanza hai delle foto: così è, evidentemente. Il nostro  approccio, con le tecniche biochimiche, è diverso. Le nostre sono indagini complementari. In base al nostro studio sull’amore romantico abbiamo detto: c’è bassa serotonina, ci sarà un aumento dell’attività in queste aree cerebrali e meno in queste altre. E gli studi olandesi hanno confermato la nostra ipotesi. 
Ci faccia entrare in laboratorio con voi.
La premessa è che il cervello non va visto come una scatola impermeabile e chiusa: fa parte dell’organismo, e quello che c’è nel cervello è anche in periferia. Il messaggero chimico che noi dosiamo da più anni, la serotonina, è presente nel cervello, ma anche nell’intestino, nelle piastrine del sangue, addirittura nelle ossa. Quindi noi lo studiamo anche in queste aree, il che ci permette, in una visione globale, di sapere anche che cosa accade nel cervello. In particolare, utilizziamo le cellule del sangue.
Vuoi sapere se il tuo partner ti ama? Fagli un prelievo di sangue. 
Meglio dire: vuoi sapere se il tuo partner è veramente ossessionato da te? Misuriamogli il parametro della serotonina sulle piastrine del sangue. Più si abbassa, più lo è. Tutte le ricerche, infatti, dicono che il pensiero ossessivo che riguarda l’amato è la caratteristica più tipica dell’innamoramento. 
Chi dona il sangue per i vostri studi?
Abbiamo un bel serraglio di studenti specializzandi. O parenti di malati. Ovviamente vanno selezionati in base a vari parametri (età, ecc.), e devono essere sani. Poi noi medici siamo i primi a offrirci. Anch’io sono una dei volontari sani dello studio sull’ossitocina. 
È vero che la ricerca in questo campo è solo all’inizio?
Sì. Noi, e altri, abbiamo indagato un solo parametro, che riguarda il sistema serotoninergico, ma ce ne sono altri migliaia. Per quanto riguarda la serotonina, c’è da dire che siamo stati i primi a legarlo al pensiero ossessivo tipico dell’innamoramento.
Su cos’altro ha incentrato le sue ricerche?
Ho fatto uno dei pochi studi sui feromoni umani. Abbiamo preso degli estratti ascellari da uomini (hanno tenuto tamponi sotto le ascelle per alcuni giorni) e li abbiamo messi sul labbro superiore di alcune donne nello stessa fase mestruale. Poi abbiamo misurato la serotonina nelle piastrine e fatto dei test psicologici. Abbiamo notato che in soli 10 minuti di esposizione a ferormoni maschili, nelle donne cambiavano i parametri della serotonina e alcune caratteristiche dell’impulsività e dell’attaccamento romantico. Significa che probabilmente ci sono delle sostanze, almeno negli uomini, che possono modificare velocemente, attraverso l’organo vomeronasale, la serotonina. Che abbassandosi, rende la donna più impulsiva, più favorevole verso l’uomo. E sei più impulsiva, pensi meno e fai scelte più sbagliate. Ora dobbiamo identificare tutte le sostanze coinvolte, e ripetere lo studio con gli uomini che annusano feromoni femminili. Ci stiamo lavorando.
Lei ha fatto anche un’ipotesi sulla possibile biologia dello stalking.
Studiare i meccanismi normali dell’amore, ci permette di fare ipotesi su cosa succede quando si arriva all’amore distorto, quello che chiamo l’amore malato, il cui esempio estremo è lo stalking. Secondo la nostra ipotesi lo stalking deriva da un’alterazione del cervello sociale. Probabilmente c’è un alterazione dei sistemi neurali che dirigono i processi di attaccamento e separazione, ma anche che regolano tutti i vari step dell’amore, come l’attrazione e la ricompensa. Probabilmente, nello stalking patologico c’è un sovrafunzionamento del sistema dopaminergico collegato a un basso tono della serotonina per cui il soggetto arriva a convinzioni erronee, del tipo “l’altro mi ama”. E queste convinzioni, associate a una maggior impulsività, possono portare a comportamenti estremamente aggressivi. Sono ipotesi, ma importanti per capire. 
E ha anche studiato l’attaccamento romantico...
Abbiamo studiato l’attaccamento romantico in rapporto all’ossitocina e anche in rapporto ai fattori di crescita neuronali. In particolare, abbiamo collegato all’amore romantico il fattore neurotrofico cerebrale BDNF, un fattore di crescita neuronale. I fattori neurotrofici sono quelli che promuovono la crescita e la riparazione dei neuroni. Per intenderci, uno di questi ha portato la Montalcini a vincere il Nobel. Ebbene, si è sempre pensato che i fattori neurotrofici aumentano quando si forma un legame sociale. Nessuno però li ha mai collegati a un vero legame sociale come l’attaccamento romantico. Noi l’abbiamo fatto e in effetti abbiamo trovato una correlazione tra l’attaccamento romantico e il fattore neurotrofico da noi considerato. E non c’è da meravigliarsi che la correlazione sia più alta nelle donne che negli uomini. 
Perché non c’è da meravigliarsi?
Perché l’attaccamento delle donne, secondo me, è sempre più profondo di quello degli uomini. Infatti, quanto più alta era la concentrazione della neurotrofina, più le donne del nostro campione erano socievoli nei confronti degli uomini e meno erano ansiose. Quindi più disposte all’incontro. A ulteriore dimostrazione che attaccarsi all’altro (un uomo) fa bene, riduce ansia e stress. Non per nulla stiamo per pubblicare uno studio che dimostra che l’ossitocina in circolo è a livelli più alti nelle donne rispetto agli uomini. E questo dà una spiegazione al fatto che spesso le forme estreme di dedizione e amore assoluto sono femminili. Da Anna Karenina a Madame Bovary, la letteratura insegna. Ora lo dice la scienza. 


Leggi l’intervista integrale di Fabrizia Sacchetti, la trovi su Focus Extra di questo mese. 


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